Doppio album da 22 tracce per Anthony Gonzalez aka M83, che rinnova il suo utilizzo di suoni ed atmosfere eighties e legate allo shoegaze, ma anche stavolta riesce a farlo in maniera futuribile grazie ad un sapiente utilizzo di cori, parti orchestrali e un’elettronica mai troppo invasiva. Punto di forza è sicuramente la grande varietà di elementi utilizzati e l’originalità scaturita, che tocca il suo apice in “Midnight city”, uno dei singoli più azzeccati dell’anno. Ci sono per il resto alti e bassi, del resto 22 tracce sono anche troppe, nel complesso comunque non ci si annoia e alla fine l’ampia gliela possiamo tranquillamente assegnare.
Cliccate play qui sotto per ascoltare lo streaming integrale del disco. [via]
A livello discografico c’è molta attesa in questo periodo, non capita spesso di avere in rampa di lancio i nuovi album di R.E.M, Radiohead e Strokes. Bombe mediatiche che rischiano di far passare in secondo piano altre uscite di minor risonanza ma pur sempre degne di nota. Per questo vi parlo ora del disco dei Mogwai, prima che la sua pubblicazione venga in qualche modo oscurata dai big citati in precedenza. “Hardcore will never day but you will” merita infatti tutte le luci della ribalta, a dispetto dei soliti cazzoni snob che vi diranno quanto la seconda metà del terzo disco nella versione bonus giapponese sia immensamente superiore. Non voglio stare a disquisire sui vasti e tecnicissimi pregressi della band di Glasgow, semplicemente trovo molto riuscito questo nuovo episodio, da un punto di vista emozionale e stilistico. 10 tracce strumentali corpose, stratificate e atmosferiche, che compongono un viaggio sonoro indimenticabile e preludono ad una trasposizione live altrettanto trascendentale. Pompatevi nelle orecchie questo piccolo capolavoro dall’inizio alla fine e poi ditemi se non ho ragione a definirlo tale. Noi moriremo tutti, ma l’hardcore dei Mogwai, quello no.
Ascolta: San Pedro
I Decemberists finora per me hanno fatto parte di quelle band senza infamia nè lode, di cui si ascolta il disco per qualche volta per poi farlo finire inevitabilmente nel dimenticatoio. Con il nuovo “The king is dead” invece, le cose cambiano. Sarà la collaborazione con Peter Buck dei R.E.M. o la maggior ispirazione del frontman Colin Meloy, ma finalmente ci trovo quell’incisività, quella convinzione e quella maturità che mancavano nei precedenti lavori. Finalmente un bel folk-rock genuino ed immediato, di formula classica ma non banale, capace di trasportarti nel bucolico mid-west americano, dove tornare in pace con se stessi. Questo è ciò che volevo!
Ascoltate “The King is dead” in streaming sul Maispeis della band e scaricate il singolo “Down by the water” tramite il widget sottostante.
Il barbuto folk rock americano di Sam Beam a.k.a. Iron & Wine ci aveva già colpito qualche anno fa con l’uscita di “The Shepherd’s Dog”; gli si poteva però appuntare di essere un disco poco vario nelle sonorità e forse alla lunga un filo stucchevole. Nel nuovo capitolo “Kiss Each Other Clean” invece troviamo un piglio più orecchiabile, belle melodie ed un riuscito impasto con elementi blues, funk e jazz. Non starò ad annoiarvi con dettagliate analisi che potete trovare sulle migliaia di blog che stanno già incensando quest’album, semplicemente è la prima pietra miliare di questo 2011 e come tale va riconosciuta e ascoltata. Non lasciatevelo sfuggire.
E’ giunto il momento di dire la nostra sui dischi che hanno caratterizzato il 2010, con una classifica che come sempre si basa su criteri ed esperienze soprattutto personali. Composta a sei mani grazie alla collaborazione della new entry Laura, questa top ten senza vincitori nè vinti è soprattutto uno specchio di quello che sono stati i nostri ultimi 12 mesi e di quello che ci è più rimasto dentro. A voi la nostra “sporca decina”.
Arcade Fire | The Suburbs
Il terzo disco del collettivo canadese ne decreta, senza tema di smentita, la consacrazione. Nessun altro in questo momento può vantare un tale livello di eclettismo, talento e sensibilità artistica, elementi che si uniscono in una perfetta alchimia nell’impeccabile “The Suburbs”. Un capolavoro capace di lasciare un segno, avvalorato anche dalla prova live, fornita a Bologna lo scorso settembre: esibizione totale ed indimenticabile che ancora adesso, riascoltata in bootleg, mi dà i brividi. La classifica è stata stilata senza un preciso ordine di importanza, ma credo di parlare a nome di tutti i Rocksuckers affermando che qualitativamente, questo disco è una spanna sopra a tutti.
Beach House | Teen Dream
Ecco. Il genere cose che ti aspetti da un’etichetta di Seattle. Insieme ai compagni Avi Buffalo, ancora un po’ acerbi, sono gli alfieri dell’auspicato risorgimento del dream pop, del ritorno ad una certa estetica del bel suono. La strada dell’indie che percorrono non è più piena di buche, ma è un fazzoletto di seta sul quale camminare scalzi. A garantire il giusto grado di low-fi – sempre molto apprezzato dai giovani amanti del genere – ci pensa comunque Victoria Legrand, la cui voce sa di chiodi di garofano e pompelmo. Uno stile essenziale che difficilmente avrà un gran seguito, per cui godiamocelo prima che evapori.
The National | High Violet
Parzialmente delusi dal ritorno degli Interpol, possiamo decisamente consolarci con quello dei National.
La strada percorsa in High Violet è forse conservativa più che evolutiva, ma il risultato trasuda personalità ed eleganza come non mai. L’iper-baritonale e sofferta voce di Matt Berninger tocca le corde dell’anima con un’intensità che riuscirebbe a commuovere anche un termosifone in ghisa e l’impasto sonoro, progressivo, solenne e stratificato, raggiunge vette altissime di emotività quanto di tecnica sopraffina. La definizione più calzante di quest’album per quanto mi riguarda è: imprescindibile colonna sonora dell’autunno 2010.
Band of horses | Infinite Arms
I Band of Horses sono sicuramente uno dei gruppi più interessanti degli ultimi anni, e questa non è una rivelazione. Però questo album l’ho davvero consumato. In particolare durante un viaggio, ormai mitico per diversi motivi, verso Bologna durante il quale Infinite Arms è stato ascoltato e riascoltato (traffico infame) a volume smodato da tutti gli occupanti della macchina.
Marlene Kuntz | Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini
Con la tipica simpatia di Fossano, per cui è stata da poco proposta un’apposita “denominazione d’origine protetta”, Godano e gli altri tornano con un album che li riallinea agli ispiratori di sempre: i Sonic Youth. Abbandonata a tratti la vena intimista e poetica a tutti i costi dell’ultimo “Uno”, qui sembrano una PFM versione Tim Burton mattiniero. Più allodole che gufi, questa volta regalano canzoni di bruma dell’alba, quella che sopravvive ormai solo in certe valli a nord. Ed un plauso autoironico al brano in apertura di un disco tutto bello, che fotografa fedelmente la condizione della fruizione della musica nell’era geek.
Mistery Jets | Serotonin
Passati alla Rough Trade ed ottenuto un nuovo produttore, i MJ sono riusciti finalmente a convincere, mettendo insieme un disco che incarna alla perfezione il titolo: serotonina e quindi, buonumore. Un fresco power-pop, spensierato e con molti ammiccamenti agli anni ’80. Chiamateli paraculi ma è questo il sound che ci vuole durante i bollenti mesi estivi e in luglio, quando ho scaricato questo disco, ho goduto come a farmi una vaschetta di gelato di Grom. Effimero, patinato o superficiale che sia, mi ha dato la giusta botta di vita in parecchie occasioni e perciò si merita di stare qui tra gli altri “giganti”.
Spoon | Transference
Sti Spoon mi piacciono perché sanno di Texas, ma non quello repubblicano, piuttosto quello dei festival, delle gallerie dei rimastoni scappati da Los Angeles, del sole che asciuga le ossa. Austin insomma. Se per molti questo album è stato etichettato con “sì ma quello vecchio era meglio”, per me la tag rimane sempre la stessa, ossia “voglio andare al SXSW”. Ricordo una traccia in particolare “Out Go The Lights” il cui loop ha illuminato parecchi tragitti tra stazione-lavoro. Canzoni che di certo non rimarranno negli annali, ma che come un brodo di pollo scaldano e aiutano a sopportare meglio il grigio Milano.
Black keys | Brothers
Normalmente non amo le cose dal sapore “deep america” ma devo ammettere che i Black Keys mi hanno conquistata fin dal primo album, e che Brothers è stata una conferma. Dalla sua uscita è fisso in heavy rotation nel mio iPod e mi accompagna nei lunghi viaggi metropolitani. Con un misto di rock e blues disperato ha quasi una funzione catartica in quei momenti della vita in cui quel genere di brani alla These Days ci sta bene come una colonna sonora ben studiata. E nel mio personalissimo film questo brano c’era, e c’è stato in momenti importanti. E poiché ricordare le cose belle quando non ci sono più fa un pò male, ma è un dolore piacevole in fondo, lo piazzo in classifica.
Foals – Total Life Forever
In origine volevo inserire qui i Deerhunter con l’ottimo Halcyon Digest, ma all’ultimo ho optato per i Foals, perchè in fin dei conti li ho ascoltati più spesso e poi se lo meritano. Total Life Forever infatti è un bell’esempio di svolta in positivo per una band modaiola che avrebbe potuto vivacchiare di rendita e invece si è rimboccata le maniche riuscendo a migliorarsi. Le influenze new wave e punk-funk rimangono, ma ci sono anche melodie azzeccate, songwriting e la ricerca di una identità ritmica e sonora che denota senza dubbio maturità. Un’opera omogenea, dalle atmosfere suggestive e non scontate che riesce nel sempre difficile compito di unire rock ed elettronica.
Ministri | Fuori
Qualsiasi lavoro dei Ministri è per me legato ad una vagonata di ricordi. Certo Fuori non è -per l’appunto- fuori da molto, ma come da tradizione, è già stato accompagnato da diversi live, di cui almeno uno ha lasciato i suoi postumi sulla sottoscritta per diverse ore (se non giorni) a seguire. Perché un concerto dei Ministri è sempre una festa e un’occasione per vedere un bel pò di amici al solito Magnolia. Nessun giudizio tecnico. Non sarei obbiettiva. Just enjoy it!
Dopo il salto trovate alcuni esclusi eccellenti.
So che il nuovo album dei Foals non è di freschissima uscita, ma il tempo per ascoltarlo è stato poco e il giudizio è maturato piano piano. Ora posso confermare con ragionevole certezza che questo “Total Life Forever” è tra le cose migliori uscite ultimamente. Il loro dream-pop all’esordio mi era sembrato piuttosto evanescente e avevo dubbi sullo sviluppo di una formula un pò troppo paracula; con questo secondo episodio mi sono invece dovuto ricredere. Eclettico, suggestivo, non scontato e con la giusta dose di orecchiabilità: questa l’impressione che regala TLF, un disco che pun non essendo un capolavoro, si fa ascoltare piacevolmente dalla prima all’ultima traccia. E di questi tempi davvero non è poco. In un momento in cui l’elettronica pura non sa più stupire e il rock vive una fase di stallo, i Foals sono forse quella giusta via di mezzo che indica la via: unire più mondi, miscelare le influenze e soprattutto farlo in maniera convincente.