La Banda di Piazza Caricamento, collettivo multietnico di musicisti nato a Genova, presenta, per la prima volta in Italia, lo spettacolo Musicycle, un concerto totalmente alimentato dall’energia scaturita da dieci biciclette con il quale ha deciso di realizzare alcune date del tour estivo.
Mentre gli artisti si esibiscono, il pubblico a turno si dispone sulle speciali biciclette per pedalare e generare così l’energia sufficiente ad alimentare l’amplificazione degli strumenti musicali. Il primo appuntamento è per il 23 agosto a Pesaro, mentre per le date a seguire vi rimando alla loro pagina Facebook. Su Souncloud invece, lo streaming dei loro pezzi.
E così, alla fine, lo abbiamo visto. Ormai lontano dalle sue piene facoltà fisiche e canore, ma certamente ancora in forma e non così prossimo a mollare il colpo, Bob Dylan si è esibito davanti ai nostri occhi. Il report della serata è un dettaglio quasi superfluo; potrei raccontarvi della cornice mozzafiato del festival, fatta di sterminati vigneti e un gioiello di paese simbolo di qualità della vita. Oppure parlarvi dell’ottima band che lo ha accompagnato, ricamando di blues e jazz ogni pezzo, senza una sbavatura. Ma di questo potete leggere persino su Repubblica e ha un’importanza del tutto relativa. L’evento in sè è vedere questo artista di immensa statura, probabilmente il massimo protagonista della musica contemporanea, muoversi e suonare a pochi passi di distanza. Non è facile spiegarlo ma è una sensazione quasi irreale, come se potesse realizzarsi solo grazie alla tecnica dell’ologramma di Tupac e d’improvviso potesse svanire per effetto di un calo di tensione. L’icona e il suo significato trascendono la performance: poco importa se la voce è ormai quasi roca come quella di Tom Waits, o se alcuni pezzi sono riarrangiati in modo da adattare ritmi e tonalità ad un settantunenne; lui è lì, esiste, respira e con la sua sola presenza rende unico e irrepetibile il momento. Per un paio d’ore ti senti anche tu parte della storia, testimone di un’epoca, immerso nel flusso poetico del percorso Dylaniano. In una parola: priceless.
Foto di Paolo Brillo
E’ una domenica sera decisamente fredda (climaticamente quanto meno) quella che ci porta il primo concerto italico (se si escludono esibizioni in qualità di opening act come era avvenuto per l’ultimo tour degli Editors) di una delle band che personalmente ritengo più interessanti del panorama indie-rock internazionale: i pure-british The Maccabees.
Il loro ultimo album “Given to the wild” è uscito il 9 gennaio e nel mio iPod è da allora in heavy rotation. 13 tracce molto diverse dai precedenti (e comunque convincenti) lavori della band. Il cantante e chitarrista della band Orlando Weeks ha affermato in una intervista pre-uscita che “Sarà un disco qualitativamente simile ad una colonna sonora”, e in effetti il sound generale si mostra subito come denso e soffuso, con un forte rimando ad atmosfere oniriche in pezzi come “Child” o la bellissima “Grew Up At Midnight”.
Nonostante questo mood di base, però, sono molti i brani che ospitano intermezzi strumentali sofisticati e potenti come l’ispirata “Unknown”.
La produzione è di tutto rispetto e vede lo zampino di Bruno Ellingham (Massive Attack e LCD Soundsystem); insomma un album che vale l’ascolto e l’acquisto, alla faccia di chi si limita a commentare “assomigliano ai Coldplay dei primi tempi” essenzialmente perché qua e là viene fatto uso del falsetto. A questi dico: “il falsetto non l’ha inventato Chris Martin e tanto meno i Coldplay hanno inventato il brit-sound“.
Venendo invece al loro live, beh, ok si è capito, io sono una fan, e i Maccabees live li ho visti 3 volte negli ultimi 2 anni e non hanno mai deluso: compatti, precisi e coinvolgenti. Il frontman non è un gran chiacchierone, ma le sua performance vocali bastano per rendere lo show interessante. Ci si emoziona sull’atmosfera intima e sognante creata durante Child e si salta e si poga sull’ormai classica “No kinds words” o sul primo singolo (e punto di contatto con la loro produzione precedente) “Pelican”.
Insomma, valeva la pena esserci.
Come immaginavo, dopo esserci stata, posso affermare che chiunque ami la buona musica, la birra e il divertimento fino allo sfinimento, almeno una volta nella vita (ma meglio se più di frequente) dovrebbe andare allo Sziget, il festival che si tiene ogni agosto sull’isola Obuda sul Danubio, proprio al centro di Budapest.
Arriviamo nella tarda mattinata del 9 Agosto carichi per un programma che prevede, solo nel main stage, The Maccabees, Flogging Molly, Interpol e Pulp, solo per citare i primi. Non facciamo in tempo a scendere dal treno che porta proprio al centro dell’isola Obuda che l’atmosfera è già elettrizzante: migliaia di ragazzi da tutta europa -tra rasta, fricchettoni, metallari, alternativi e gente di tutti i tipi – li con un solo obiettivo: divertirsi e godersi musica e atmosfera. Tutti sono pronti a fare festa, ma allo stesso tempo c’è un mood davvero rilassato. L’organizzazione è ottima, zero code agli ingressi, controlli discreti e rilassati. Entriamo nell’area del festival ed è come entrare in un good trip che non ti lascia postumi; un insieme di suoni, immagini, intrattenimenti vari e persone che ti fanno pensare: “questo sarà certamente il punto più alto della mia vacanza. E in effetti per me è stato così.
Ci facciamo un giro per il parco le cui vie hanno nomi come “Jim Morrison Evenue” o “Bob Marley Street” attraversando l’area campeggio tanto per prendere coscienza della “fauna locale” e poi ci dirigiamo verso il Pop-Rock Main Stage che sarà la nostra base per gran parte della lunga giornata (e nottata): si avvicina il momento in cui i Maccabees apriranno le danze e volgiamo prenderci il nostro posto sotto il palco.
Ed ecco che dopo poco si parte: il sole è alto (sono circa le 15:00) e finalmente Orlando Weeks e i suoi salgono sul palco. Fanno un live fantastico, è la seconda volta che riesco a vederli suonare (purtroppo non frequentano molto il nostro paese) e devo dire che in entrambi i casi hanno confermato tutto quello che di positivo penso di loro. Peccato solo l’orario, me li sarei gustati di più un pò più in là nella giornata, magari verso le 6, infatti se proprio devo fare un appunto, la scaletta era discutibile almeno per me: avrei messo tranquillamente in apertura i trascurabile Rise Against (college punk dai ritornelli mono-vocale) tenendomi per dopo i Maccabees, che però a quanto pare non sono poi così famosi come pensavo, visto che ho anche notato che qualche cartellone in giro per l’isola riportava il loro nome con un errore di spelling (MaccabIEs).
Detto questo la risposta del pubblico è da subito molto calda. Essendomi fiondata sotto il palco appena arrivata nell’area main stage non mi ero resa conto di quanta gente si era affollata nel frattempo fino a quando non hanno mandato le immagini del pubblico sui maxischermi laterali al palco: commovente.
Dopo il gruppo di Brighton, giusto il tempo di tirare un attimo il fiato e partono i Flogging Molly, gruppo punk-folk irlandese – americano che sono stati la mia personale rivelazione del festival: vedere migliaia di persone saltare e ballare al ritmo delle loro chitarre e flauti irish esercitava un incontenibile richiamo a lanciarsi nella massa pogante che intanto si era creata sotto il palco.
Così la giornata è proseguita, tra birre, giri nei vari stand dove si tenevano anche workshop e dimostrazioni in vari settori, dalla grafica all’arte visiva, agli strumenti musicali alternativi, fino all’avvicinarsi delle 20:00 ora in cui erano attesi sul main stage gli Interpol. Mi riguadagno un’ottima posizione sotto il palco e mi preparo a godermi Paul Banks e soci. Concerto fantastico al tramonto, rinfrescato dall’onnipresente vento che impera a Budapest. Unico rammarico: i nwyorkesi suonavano praticamente in contemporanea agli italiani Bloody Beetroots che tenevano il loro set sul palco A38-WAN2. Peccato, me li sarei vista volentieri, ma amo troppo gli Interpol per rinunciarci.
Durante il live l’atmosfera si conferma fantastica: tutti partecipano, mi giro e non riesco a vedere la fine del pubblico; nelle prime file è tutto un saltare, sudare e cantare, e in alcuni momenti (come su Slow Hands o Evil) l’unica cosa che puoi fare è arrenderti all’ondata di pogo che ti trasporta in un nuovo punto del sotto palco.
A chiudere i live del main stage seguono i Pulp: Jarvis è un animale da palco, bravo a intrattenere fa un bel live, specie se sei stata un adolescente negli anni 90; anche in questo caso però avrei volentieri invertito la scaletta.
Da quel punto in poi si è aperta ufficialmente la notte dello Sziget: dj set, altri live, bunjee jumping e tantissime altre cose. Il programma era troppo fitto per farne un report dettagliato e i miei ricordi, dopo una certa ora, si fanno un pò confusi…ed eravamo solo al primo giorno: ne sono seguiti 4 altrettanto ricchi!
In ogni caso se l’anno prossimo sarete indicisi su cosa fare durante le ferie vi consiglio caldamente di prendere in considerazione Budapest durante lo Sziget tra le vostre ipotesi.
Da quando è calato il sipario sulla la storica “Italy Gig List”, il problema di trovare un punto di riferimento per quanto riguarda la musica live non ha ancora trovato soluzione. Per mobile ho scoperto ed utilizzo “Concerts Now” , applicazione utile ed aggiornata, anche se per ora incompleta a livello di funzionalità. Sul web invece sto monitorando una promettente startup: Frestyl. Questo sito dalla grafica molto simpatica ed accattivante per prima cosa recupera la vostra posizione geografica e vi localizza su Google Maps. Dopodichè mostra gli appuntamenti live sul territorio circostante, associando un calendario e linkando poi ad una pagina dedicata all’evento con tutte le informazioni inserite da chi ha creato la data. Cosa che può fare chiunque, loggandosi e poi condividendo attraverso i vari social network. Valore aggiunto di Frestyl infatti è il carattere social, che permette di fare community in base ad artisti o concerti, un pò come succede su LastFm. Al momento il servizio paga la scarsa popolarità e ci si trova poca roba (anche se buona), ma le premesse per creare una piattaforma di largo utilizzo, ci sono tutte. [via]

I New York Dolls appartengono a quella tipologia di band il cui successo è stato inversamente proporzionale all’influenza avuta nella storia del rock. E’ infatti per questo che sabato sera ci siamo ritrovati a vederli suonare in un locale di provincia con uno sparuto pubblico di “rimastoni”, uniti a pischelli che attendevano il post-concerto a base di musica danzereccia. Cornice amara per un gruppo che negli anni ’70 calcava il palco del CBGB’s ispirando volontariamente o no, tutto il punk e il glam-rock a venire. Ciò nonostante David Johansen e Sylvain Sylvain (unici 2 membri della formazione originale) hanno dato dignitosa prova di esserci, a livello di grinta e motivazione, regalando un’ora e mezza di live sudato e spaccatimpani. Il primo è una sorta di Mick Jagger più provato ma con doti vocali ancora indiscutibili, il secondo un simpatico sosia di Luca Sardella che si diverte come un bambino a far numeri con la sua 6 corde. Gli altri, senza lode nè infamia, li accompagnano. Non ci sono grossi cavalli da battaglia da intonare, la tecnica rimane quella di un gruppo punk e i pezzi pubblicati dopo la reunion sono francamente inutili; sarebbe quindi poco veritiero dare un’immagine esaltante del concerto a cui abbiamo assistito, peraltro privo di qualsiasi scenografia. Questi surreali personaggi però sono tra gli ultimi testimoni di un età d’oro del rock&roll stampata sui libri e nella memoria collettiva in modo indelebile. Per questo è valsa la pena vederli, ancora in piedi, ancora a tener botta su un palco anzichè godersi la pensione, e alzare un bicchiere di birra verso di loro per brindare a quel che sono e a quel che sono stati. Respect!
Altre foto dell’evento su Hate Tv