“Think you can’t wait” si sta già diffondendo in rete a macchia d’olio e da grandi fans dei National quali siamo, riteniamo doveroso farla rimbalzare anche qui. Il pezzo è stato scritto per la colonna sonora del film “Win Win”, di Thomas McCarthy. [via]
Anteprima streaming del nuovo singolo di Eddie Vedder, che anticipa quello che dovrebbe essere un ukulele album, previsto per giugno. [via Fuck Yeah Music Box]
Impossibile rendersi conto della “potenza di fuoco” sprigionata dai Mogwai senza prima averli sentiti dal vivo. Ne ho avuto la conferma giovedì sera, quando all’Alcatraz la band scozzese mi ha sbriciolato i timpani con un’ora e mezza di live sempre al limite della distorsione e della saturazione sonora. Presenza scenica pari a zero, proiezioni di livello medio-basso e nessun particolare coup de théâtre, ma quando si sprigiona quel muro di chitarre, tutto il resto viene spazzato via all’istante. Se però ad un altro concerto scatterebbero pogo e braccia al cielo, qui la reazione più naturale è chiudere gli occhi e far scattare il viaggio mentale. Con il susseguirsi di pezzi strumentali e del tutto avulsi dalla forma canzone infatti, l’effetto è quello di una lunga e immaginifica colonna sonora. Si passa da lunghi minuti di silenzioso arpeggio a luci basse, a devastanti esplosioni percussive e chitarristiche simili a tempeste, che producono un saliscendi emotivo personale e difficilmente raccontabile. Chi si diverte a cantare in coro, alzare l’accendino o saltellare, sicuramente non ha trovato pane per i suoi denti. I Mogwai non giocano, non gigioneggiano, non si servono di altri mezzi se non lo strumento che hanno in mano per convincere il pubblico. Ma proprio qui sta il bello: lo fanno così bene e in modo talmente alto e nobile che sembrano dire “ok , finora avete sentito i cazzoni che si vestono da pagliacci e fanno 3 accordi. Qui si fa sul serio”. Dopodichè se ne tornano nelle nebbie scozzesi, lontani dal mainstream e dal clamore. Fino al prossimo capolavoro, o almeno (spero) fino a che le mie orecchie si saranno riprese del tutto.
Foto by Sybelle
Giù il cappello per il ritorno di Polly Jean Harvey, superstite tra le grandi cantautrici degli anni ’90, che si dimostra oggi più ispirata che mai. Il suo rock sofisticato ed elegante tocca qui temi non facili come la guerra, la politica e la storia, facendone scaturire un album maturo e concreto, ma pur sempre permeato della lucida follia di un’artista totale come PJ. Unica stonatura è forse quella trombetta in stile settimo cavalleggeri che si sente in “The Glorious Land” e che rovina un pò (forse volutamente) uno dei pezzi migliori del disco. A parte questo perdonabile difetto, Let England Shake tocca le corde giuste, convince e conquista. Tanto che, mi sbilancio, ha già da ora un posto prenotato in top ten di fine anno.