
Cosa deve fare una band italiana per avere successo anche all’estero? Probabilmente non cantare in italiano o magari non cantare affatto, come stanno dimostrando i Calibro 35.
La band milanese ha infatti appena concluso un mini-tour mondiale con successo ed è ormai di fatto un made in Italy d’esportazione. La conferma definitiva della bontà di questo collettivo l’ho avuta domenica sera, quando ho assistito all’ultima tappa del loro tour nella città meneghina.
Un live tiratissimo, completamente suonato dal vivo, senza l’ausilio di elettronica e con il calore della strumentazione vintage: mi sono spuntati i baffi a manubrio e le basette!
La mancanza di una classica forma canzone e di una voce vengono compensate alla grande da virtuosismi, stacchi e ripartenze, cambi di strumento e tanto, tanto sudore. A dire il vero, troppo sudore: il Biko si è rivelato location inadatta per un live di questo calibro (35); lo spazio angusto e sovraffollato si è presto trasformato un un invivibile girone infernale, rovinando in parte la serata a tutti, band compresa.
Ma tornando alla performance, è stata inappuntabile e di notevole spessore: con questa grande capacità di reinventare il passato e le capacità tecniche in loro possesso, sono convinto che i C35 faranno ancora più strada e non mi stupirebbe se uno dei loro pezzi prima o poi venisse scelto da Tarantino per una sua pellicola. Glielo auguro, insieme ad un consiglio: introdurre dei visual durante i loro show. Vista la natura cinematografica del sound, mi sembra infatti davvero imprescindibile la proiezione di immagini “poliziottesche” e affini come accompagnamento.
E adesso, vai con l’ascolto del loro ultimo disco!
Davvero figo questo video per il nuovo singolo dei Tame Impala, realizzato dagli artisti Joe Pelling & Becky Sloan. Non si può dire altrettanto dei visuals al loro concerto di qualche giorno fa, assai poco scenografici. Lo show di luci è invece stato all’altezza, anche se poi la vera differenza l’ha fatta proprio la band. Gli australiani partono freddini e penalizzati dall’acustica dei Magazzini, sempre carente, ma col passare dei minuti crescono, innescano l’alchimia e guidano il pubblico in un viaggio psicotropo fatto di lunghe parti strumentali, distorsioni, rallentamenti e ripartenze. Non servono acidi o funghetti, basta il loro suono saturo per aprire le Huxleyane porte della percezione e rivedere un poco di Jim Morrison nel cantante scalzo Kevin Parker. Nessuno riesce a stare fermo, a resistere all’estasi, e l’ovazione finale dimostra il successo della performance. La prova della maturità è dunque superata e i Tame Impala si confermano tra le band più complete ed in forma del 2012. Purtroppo la serata non si conclude nel migliore dei modi, dal momento che all’uscita trovo la mia auto aperta da stronzi ladri a cui evidentemente non piace la psichedelia. Ma durante il ritorno metto a palla “Lonerism”, ripenso alle emozioni della serata e il mood è già tornato alto.
P.s. 1: Saluto e ringrazio chi fumava delle sigarette con pochissimo tabacco vicino a me
P.s. 2 : Saluto la sosia di Tying Tiffany che era di fianco a me con un tizio alto 6 metri
P.s. 3: Non saluto e non ringrazio i Magazzini: coda all’ingresso sotto la pioggia, una birra del cazzo a 5 euro e l’inizio del concerto alle 21 sono tre ottimi motivi per odiarli.
SETLIST: [via Indie for bunnies]
Be Above It
Endors Toi Solitude Is Bliss
It Is Not Meant To Be
Music to Walk Home By
Elephant
Feels Like We Only Go Backwards
Alter Ego
Mind Mischief
Why Won’t You Make Up Your Mind?
Desire Be Desire Go
Keep on Lying
Apocalypse Dreams
Encore:
Half Full Glass Of Wine
E così, alla fine, lo abbiamo visto. Ormai lontano dalle sue piene facoltà fisiche e canore, ma certamente ancora in forma e non così prossimo a mollare il colpo, Bob Dylan si è esibito davanti ai nostri occhi. Il report della serata è un dettaglio quasi superfluo; potrei raccontarvi della cornice mozzafiato del festival, fatta di sterminati vigneti e un gioiello di paese simbolo di qualità della vita. Oppure parlarvi dell’ottima band che lo ha accompagnato, ricamando di blues e jazz ogni pezzo, senza una sbavatura. Ma di questo potete leggere persino su Repubblica e ha un’importanza del tutto relativa. L’evento in sè è vedere questo artista di immensa statura, probabilmente il massimo protagonista della musica contemporanea, muoversi e suonare a pochi passi di distanza. Non è facile spiegarlo ma è una sensazione quasi irreale, come se potesse realizzarsi solo grazie alla tecnica dell’ologramma di Tupac e d’improvviso potesse svanire per effetto di un calo di tensione. L’icona e il suo significato trascendono la performance: poco importa se la voce è ormai quasi roca come quella di Tom Waits, o se alcuni pezzi sono riarrangiati in modo da adattare ritmi e tonalità ad un settantunenne; lui è lì, esiste, respira e con la sua sola presenza rende unico e irrepetibile il momento. Per un paio d’ore ti senti anche tu parte della storia, testimone di un’epoca, immerso nel flusso poetico del percorso Dylaniano. In una parola: priceless.
Foto di Paolo Brillo
L’aspetto migliore di questo concerto? La venue a 1.5 minuti a piedi da casa mia. Cosa c’è di meglio di starsene comodi sul divano fino a 5 minuti prima che l’artista salga sul palco? Beh, di meglio c’è appunto vedere quest’uomo delle Northern Beaches di Sydney che, armato di chitarra, presenta finalmente dal vivo il suo lavoro da solista.
Nonostante il sempre annoso problema del pubblico australiano che fa casino dando le spalle al palco (!) mentre io cerco di concentrarmi su uno splendido arrangiamento di “Under the Landslide” (dal precedente album “Separatista!”), il concerto è una chicca. Dimostrazione che, se sai suonare bene la chitarra, non serve molto altro per creare un bellissimo spettacolo. Questo concerto era anche uno dei primi live in cui Mat. ha presentato il suo ultimo album “Love Come Save Me“, una collezione di pezzi acustici della quale io, come tanti altri, ho seguito passo passo la creazione. L’idea di un nuovo album, gli aggiornamenti sul suo progresso, qualche pezzo in anteprima, l’uscita in download gratuito, e finalmente il live, e il cerchio che si chiude.
Spettacolo molto piacevole, venue perfetta per un concerto che ha mescolato pezzi acustici che io adoro come “Pocket Full of Shells”, “Strange Days” e “La Mar” a classici più funky di The Beautiful Girls come “Periscopes” e “Music”.
Purtroppo dubito che Mat., ormai dichiaratamente senza una lira, si farà mai vedere in Italia, quindi… Ecco un’altra ottima ragione per una vacanza in Australia!
E’ una domenica sera decisamente fredda (climaticamente quanto meno) quella che ci porta il primo concerto italico (se si escludono esibizioni in qualità di opening act come era avvenuto per l’ultimo tour degli Editors) di una delle band che personalmente ritengo più interessanti del panorama indie-rock internazionale: i pure-british The Maccabees.
Il loro ultimo album “Given to the wild” è uscito il 9 gennaio e nel mio iPod è da allora in heavy rotation. 13 tracce molto diverse dai precedenti (e comunque convincenti) lavori della band. Il cantante e chitarrista della band Orlando Weeks ha affermato in una intervista pre-uscita che “Sarà un disco qualitativamente simile ad una colonna sonora”, e in effetti il sound generale si mostra subito come denso e soffuso, con un forte rimando ad atmosfere oniriche in pezzi come “Child” o la bellissima “Grew Up At Midnight”.
Nonostante questo mood di base, però, sono molti i brani che ospitano intermezzi strumentali sofisticati e potenti come l’ispirata “Unknown”.
La produzione è di tutto rispetto e vede lo zampino di Bruno Ellingham (Massive Attack e LCD Soundsystem); insomma un album che vale l’ascolto e l’acquisto, alla faccia di chi si limita a commentare “assomigliano ai Coldplay dei primi tempi” essenzialmente perché qua e là viene fatto uso del falsetto. A questi dico: “il falsetto non l’ha inventato Chris Martin e tanto meno i Coldplay hanno inventato il brit-sound“.
Venendo invece al loro live, beh, ok si è capito, io sono una fan, e i Maccabees live li ho visti 3 volte negli ultimi 2 anni e non hanno mai deluso: compatti, precisi e coinvolgenti. Il frontman non è un gran chiacchierone, ma le sua performance vocali bastano per rendere lo show interessante. Ci si emoziona sull’atmosfera intima e sognante creata durante Child e si salta e si poga sull’ormai classica “No kinds words” o sul primo singolo (e punto di contatto con la loro produzione precedente) “Pelican”.
Insomma, valeva la pena esserci.
Come immaginavo, dopo esserci stata, posso affermare che chiunque ami la buona musica, la birra e il divertimento fino allo sfinimento, almeno una volta nella vita (ma meglio se più di frequente) dovrebbe andare allo Sziget, il festival che si tiene ogni agosto sull’isola Obuda sul Danubio, proprio al centro di Budapest.
Arriviamo nella tarda mattinata del 9 Agosto carichi per un programma che prevede, solo nel main stage, The Maccabees, Flogging Molly, Interpol e Pulp, solo per citare i primi. Non facciamo in tempo a scendere dal treno che porta proprio al centro dell’isola Obuda che l’atmosfera è già elettrizzante: migliaia di ragazzi da tutta europa -tra rasta, fricchettoni, metallari, alternativi e gente di tutti i tipi – li con un solo obiettivo: divertirsi e godersi musica e atmosfera. Tutti sono pronti a fare festa, ma allo stesso tempo c’è un mood davvero rilassato. L’organizzazione è ottima, zero code agli ingressi, controlli discreti e rilassati. Entriamo nell’area del festival ed è come entrare in un good trip che non ti lascia postumi; un insieme di suoni, immagini, intrattenimenti vari e persone che ti fanno pensare: “questo sarà certamente il punto più alto della mia vacanza. E in effetti per me è stato così.
Ci facciamo un giro per il parco le cui vie hanno nomi come “Jim Morrison Evenue” o “Bob Marley Street” attraversando l’area campeggio tanto per prendere coscienza della “fauna locale” e poi ci dirigiamo verso il Pop-Rock Main Stage che sarà la nostra base per gran parte della lunga giornata (e nottata): si avvicina il momento in cui i Maccabees apriranno le danze e volgiamo prenderci il nostro posto sotto il palco.
Ed ecco che dopo poco si parte: il sole è alto (sono circa le 15:00) e finalmente Orlando Weeks e i suoi salgono sul palco. Fanno un live fantastico, è la seconda volta che riesco a vederli suonare (purtroppo non frequentano molto il nostro paese) e devo dire che in entrambi i casi hanno confermato tutto quello che di positivo penso di loro. Peccato solo l’orario, me li sarei gustati di più un pò più in là nella giornata, magari verso le 6, infatti se proprio devo fare un appunto, la scaletta era discutibile almeno per me: avrei messo tranquillamente in apertura i trascurabile Rise Against (college punk dai ritornelli mono-vocale) tenendomi per dopo i Maccabees, che però a quanto pare non sono poi così famosi come pensavo, visto che ho anche notato che qualche cartellone in giro per l’isola riportava il loro nome con un errore di spelling (MaccabIEs).
Detto questo la risposta del pubblico è da subito molto calda. Essendomi fiondata sotto il palco appena arrivata nell’area main stage non mi ero resa conto di quanta gente si era affollata nel frattempo fino a quando non hanno mandato le immagini del pubblico sui maxischermi laterali al palco: commovente.
Dopo il gruppo di Brighton, giusto il tempo di tirare un attimo il fiato e partono i Flogging Molly, gruppo punk-folk irlandese – americano che sono stati la mia personale rivelazione del festival: vedere migliaia di persone saltare e ballare al ritmo delle loro chitarre e flauti irish esercitava un incontenibile richiamo a lanciarsi nella massa pogante che intanto si era creata sotto il palco.
Così la giornata è proseguita, tra birre, giri nei vari stand dove si tenevano anche workshop e dimostrazioni in vari settori, dalla grafica all’arte visiva, agli strumenti musicali alternativi, fino all’avvicinarsi delle 20:00 ora in cui erano attesi sul main stage gli Interpol. Mi riguadagno un’ottima posizione sotto il palco e mi preparo a godermi Paul Banks e soci. Concerto fantastico al tramonto, rinfrescato dall’onnipresente vento che impera a Budapest. Unico rammarico: i nwyorkesi suonavano praticamente in contemporanea agli italiani Bloody Beetroots che tenevano il loro set sul palco A38-WAN2. Peccato, me li sarei vista volentieri, ma amo troppo gli Interpol per rinunciarci.
Durante il live l’atmosfera si conferma fantastica: tutti partecipano, mi giro e non riesco a vedere la fine del pubblico; nelle prime file è tutto un saltare, sudare e cantare, e in alcuni momenti (come su Slow Hands o Evil) l’unica cosa che puoi fare è arrenderti all’ondata di pogo che ti trasporta in un nuovo punto del sotto palco.
A chiudere i live del main stage seguono i Pulp: Jarvis è un animale da palco, bravo a intrattenere fa un bel live, specie se sei stata un adolescente negli anni 90; anche in questo caso però avrei volentieri invertito la scaletta.
Da quel punto in poi si è aperta ufficialmente la notte dello Sziget: dj set, altri live, bunjee jumping e tantissime altre cose. Il programma era troppo fitto per farne un report dettagliato e i miei ricordi, dopo una certa ora, si fanno un pò confusi…ed eravamo solo al primo giorno: ne sono seguiti 4 altrettanto ricchi!
In ogni caso se l’anno prossimo sarete indicisi su cosa fare durante le ferie vi consiglio caldamente di prendere in considerazione Budapest durante lo Sziget tra le vostre ipotesi.
Con colpevole ritardo ecco un piccolo report del concerto che gli Arcade Fire hanno tenuto a Lucca nell’ambito del Summer Festival lo scorso 9 luglio.
Sugli Arcade Fire credo non ci sia niente da aggiungere, in questo blog se ne è parlato spesso e credo che si possa convenire che siano una delle migliori e più originali band del panorama internazionale degli ultimi anni. E di certo, anche dopo quest’ultimo live, posso affermare che un concerto degli Arcade è un evento da non perdere.
La location era piazza Napoleone, e devo ammettere che già sommare il sapore da borgo medievale di Lucca al clima estivo e super assolato del passato week-end con l’aggiunta della presenza di una buona quantità di turisti nazionali e internazionali di cui molti arrivati proprio per il concerto ha creato un’ottima atmosfera. La piazza è abbastanza piccola ma il palco è decisamente importante con un impianto notevole che ci regalerà un ottimo audio durante il live.
Aprono gli A Classic Education, formazione italiana con componente italo-canadese (il frontman Jonathan Clancy) nata da una costola dei Settlefish, che fanno un live di tutto rispetto. Segue una quarantina di minuti abbondanti di attesa che ci sono utili per guadagnarci un’ottima posizione molto vicina al palco. Mentre la luce del giorno sta definitivamente cedendo il posto alla notte, ecco che finalmente si interrompe il sottofondo musicale da intermezzo (tra l’altro ottimo con tanto di pezzi dei The Soft Moon) e parte un video introduttivo proiettato sui diversi videowall che fa da preludio a Ready to Start. Da li è un’infilata di pezzi tratti dai diversi album della band. L’energia è davvero tanta, sia da parte dei numerosi membri della band sia da parte del pubblico che ormai è stipato nel piazza occupando ogni spazio libero nonostante il caldo decisamente fastidioso. Si salta, si balla, si battono le mani e si canta ogni pezzo. La risposta della gente è tanto intensa che se ne accorgono e la sottolineano più volte durante il live anche gli Arcade, tanto che Win Butler ad un certo punto se ne esce con un “I don’t know if you realize how fucking beautiful is this”. Si chiude con la classica Wake up, che comunque live mi fa sempre venire la pelle d’oca e penso non solo a me visto che non appena sono partite le prime note un’onda ha percorso tutto la piazza portandomi ancora più sotto il palco.
Insomma uno di quei concerti che ti fanno andare a letto con il sorriso stampato in faccia.