Quando penso ai !!! la prima cosa che mi viene in mente è la sfortunata sorte del loro batterista: morto nel 2009 cadendo dalla tromba dell’ascensore. Una sfiga degna del Darwin Award. Ma dopo la tragica fatalità, la band è andata avanti e pochi giorni fa ha pubblicato “Thr!!!er“, quarto album di studio. Si conferma la validità della loro dance intelligente, tra chitarrine funky, groove coinvolgenti e attitudine modaiola. Certo, il suono non è più fresco come appariva ai tempi di Myth Takes, ma nell’attesa che esca il nuovo Daft Punk è quanto di meglio ci sia per muovere il culo in 4/4.

Va bene, il 2012 è finito da un pezzo e persino il vostro parrucchiere ha già messo online la topten dell’anno. Ma nella nostra ascetica pigrizia noi ce ne fottiamo di queste gare di velocità da hipsters e arriviamo ora, con tutta calma, con la nostra decina. Analizzandola vediamo ritorni discografici superiori alle attese, un paio esordi sorprendenti e in generale un innalzamento della qualità rispetto al 2011. Buone notizie alle quali segue purtroppo un cruccio: nessun disco italiano presente. Non che mancassero i pretendenti, ma per guadagnarsi la piazza serviva qualcosa di più e a ‘sto giro neanche l’amor patrio ha potuto.
Vi lascio dunque alla lettura delle micro-review e alla playlist di Youtube sottostante, da cui è possibile ascoltare estratti dai dieci album scelti. Per conludere ringrazio Gherson e Laura, che insieme al sottoscritto hanno contribuito in egual misura alla stesura di questo post.
GRIZZLY BEAR – SHIELDS
Sicuramente il disco “emozione” del 2012. Le note di Shields sono come alte vette alpinistiche: non facili da raggiungere, ma una volta scalate non possono che conquistarti. Più intensi degli Shins, più sofisticati dei Band Of Horses e sempre ispirati dagli Dei del folk, i Grizzly si muovono tra armonie introspettive, affascinanti disordini strumentali e la solita vocalità da brividi. Per una gemma di psichedelica dolcezza, destinata a restare.
TAME IMPALA – LONERISM
Quest’anno, per ovvie ragioni, la mia vita è diventata particolarmente concreta. Ecco quindi un album-genere di conforto per soddisfare la voglia di escapismo. Diciamo così… Il treno Gallarate-Milano con loro in sottofondo molte volte si è trasformato in un Galaxy Express 999. Visti anche dal vivo, in un dei pochi bonus che la paternità mi ha concesso, hanno confermato le aspettative. Idem il parcheggio di via Ripamonti, che – come da copione – se l’è presa con l’auto di Gad.
MACCABEES – GIVEN TO THE WILD
Io ho uno storico debole per i Maccabees, da quando per vedere un loro live bisognava prendere un aereo e lasciare la nostra Penisola. Cercherò di essere obiettiva però. Forse (sicuramente) questo non è l’album migliore della band, a tratti perde un pò di intensità, ma pezzi come “Unknow” e “Pelican” lo portano in alto nella mia classifica dei top album dell’anno appena passato.
ALT J – AN AWESOME WAVE
Incrociare le influenze e sintetizzarle in qualcosa di nuovo è ancora possibile, come dimostra quest’ottimo esordio in terra d’Albione. Un suono ed uno stile futuribile, che attinge a certi Radiohead tagliandoli con hip-hop, grime e accenni di folk-pop alla Fleet Foxes, per un risultato maturo e convicente, che non a caso li ha portati anche a vincere il Mercury Prize. Forse è presto per dire che hanno Il quid dei grandi fuoriclasse, ma nel piattume che spesso la discografia ci propina, gli Alt J sono oro colato.
ORBITAL – WONKY
la migliore elettronica oggi è ancora appannaggio di coloro che più di vent’anni fa accendevano la miccia della scena rave inglese. Skrillex, DeadMau5, Justice e affini: deal with it. Dopo 8 anni gli Orbital tornano in studio e senza apparente difficoltà ne escono con un disco che è un concentrato di esperienza, innovazione e visionarietà. Groove allucinati, synth taglienti, tappeti sonori pazzeschi e la ciliegina sulla torta del featuring di Zola Jesus, fanno di Wonky un dancefloor killer e allo stesso tempo una perfetta soundtrack onirica per un solitario viaggio in auto.
MUMFORD & SONS – BABEL
Un album onesto, genuino, che profuma della pelle di Giuditta e chi si ascolta meglio con uno stelo di erba cucca in bocca. E poi la loro nuova t-shirt ti fa stimare moltissimo, soprattutto nei contesti in cui ti trovi ad essere l’unico senza occhiali con montatura spessa (che poi sembrano quelli con il naso finto). Grazie a loro, quest’anno, dietro a tante cuffione Beats il suono del banjo ha definitivamente soppiantato quello delle pianole.
TWILIGHT SAD – NO ONE CAN EVER KNOW
A livello personale sono stati una scoperta di quest’anno. E’ stato subito amore. Ognuno di noi, per quanto incursioni in generi diversi possano essere divertenti ed eccitanti come avere un amante, ha un tipo di suono che ti fa sentire a casa, una sorta di coperta di Linus sonora, in cui ti riconosci immediatamente. Quello cupo e tirato degli scozzesi Twilight Sad, frutto di parecchi ascolti dell’area new wave (ma non solo), è decisamente il mio.
Pezzi solidi, con buone strumentazioni, tenuti insieme dall’ottima voce di James Graham. Se hanno un difetto è l’eccesso, soprattutto di distorsioni. Alcuni pezzi, ottimi a livello compositivo, ne sono troppo carichi, tanto che ripuliti e geneticamente modificati in alcuni remix di classe (uno su tutti, The Room remixata dai Mogwai) fanno la loro figura. Per questo stesso motivo (e a causa della loro scarsissima fama nel nostro paese) se vi capita, come è successo a me di fare una trasferta per andarli a vedere in una delle pochissime date italiane, e capitate, vostro malgrado, in un club con un impianto che vi imbarazzerebbe avere persino a casa vostra, rischiate di rimanere molto delusi, nonostante le qualità musicali dei Twilight Sad non siano affatto in discussione. Speriamo che raggiungano la fama sufficiente da suonare in un club che possa definirsi tale anche da noi.
ALABAMA SHAKES – BOYS AND GIRLS
Inutile nasconderlo, il sound della band di Athens mutua a tal punto il soul degli anni ’60 da sfiorare il revival. Ma qui c’è calore, trasporto, vibrazioni positive e soprattutto l’eccezionale voce di Brittany Howard. Chi dice che questo non basta è evidentemente sensibile quanto una pianta grassa, io mi sono stra-goduto Boys&Girls come se fosse uscito da un polveroso Jukebox riesumato dopo mezzo secolo. E sono certo che anche Janis Joplin ed Etta James, dall’aldilà hanno battuto le mani.
FIONA APPLE – THE IDLER WHEEL IS WISER THAN THE DRIVER…
Un mix di memorie art-rock e echi synth pop dal sapore invernale, ottimo per un bel viaggio in macchina (o anche per viaggi meno fisici).
Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do
: L’unico album la cui pronuncia del nome è lunga più o meno quanto l’ascolto integrale, detto anche, per ovvie ragioni, “The idler Wheel”.
Io su Fiona Apple non sono imparziale, ammetto che tra gli artisti genuinamente trapanati a livello mentale, è una delle miei preferite. Un suo album non si può ascoltare in qualsiasi momento, però quando si è nel modo giusto, è difficile non essere colpiti dall’eleganza e dalla forza-calma della sua composizione e voce. Sempre in bilico tra atmosfere retrò e sperimentalismo, Fiona starebbe bene sia in un film noir di ambientazione fifty che in un corto di avanguardia. Che non è poco.
OF MONSTERS AND MEN – MY HEAD IS AN ANIMAL
OK la loro Little Talks ora è diventata più stucchevole di una testa di pecora bollita, ma vi garantisco che al primo ascolto aveva una freschezza come poche altre canzoni. Idem per l’album, una perfetta interpretazione del pop come dovrebbe essere. Ossia in technicolor, come un video di VIMEO. Proprio quel genere di video col timelapse che anche voi condividete per darvi un tono. In sostanza, un disco che piace agli hipster che praticano il campeggio.
Dopo Jam With Chrome, postato qualche giorno fa, un’altra wep app musicale mi sta facendo scimmiare come un Aphex Twin in acido: si tratta di The Infinity Jukebox, esperimento presentato al Mit di Boston, che utilizza un misterioso algoritmo fighissimo. La canzone caricata (o scelta dall’elenco) viene rappresentata graficamente da un loop circolare, con segmenti di diverse tonalità a seconda del beat e di altre caratteristiche sonore che compongono la traccia. Mandata in play verrà eseguita all’infinito, ma con variazioni random in basi a connessioni che rispettano tonalità e melodia del pezzo. Il bello però viene con l’interazione: è infatti possibile saltare da un blocco all’altro e giochicchiare con i vari “frames” utilizzando mouse e tasti freccia: una sorta di campionatore visivo, alla portata di tutti e con qualunque canzone esistente. Con Daft Punk, Justice o Ratatat diventa veramente addictive; ma la vera perla è sicuramente “Ski-Ba-Bop-Ba-Dop-Bop” di Scatman John!
Capita che hai voglia di ascoltare della musica di una certa band o un certo artista in streaming. Ma allo stesso tempo capita che non hai tempo per spulciarne la discografia e scegliere i pezzi giusti da mandare in play, vorresti solo premere un tasto e ottenere il best of. Fortunatamente in questa situazione si è trovato spesso Andres Rey, un programmatore che ha deciso di risolvere il problema inventandosi un sito dal pleonastico titolo di “I just want to listern to the best of“. Il funzionamento è semplice: mettendo in ricerca un nome, vengono incrociate le classifiche di ascolto di Last Fm con il database di Grooveshark e si genera così una playlist ad hoc pronta per l’ascolto. Completano il risultato una breve bio e dei suggerimenti per l’ascolto di band/artisti simili a quelli ricercati. [via]
Suonia è un progetto italiano basato sull’ascolto di musica in streaming grazie all’immenso database di Youtube. Niente di nuovo fin qui, ma la logica di Suonia è differente perchè basata sul concetto di album. La homepage è infatti una lunga infilata di Lp, che si incrementa scrollando la pagina, permettendo di apprezzare le cover e fornendo idee su cosa ascoltare. Scegliendo un disco poi troviamo le varie tracce di cui è composto, collegati ai corrispondenti video se presenti, oppure soltanto elencate. Un nota di merito per la grafica curata e funzionale, mentre la pecca è lo scarso catalogo per ora disponibile e l’impossibilità di incrementarlo da parte degli utenti.
Se il dating online può rivelarsi spesso un grande pacco, in questo caso potrà quantomeno aiutare a trovare qualche amico per vedersi un concerto, scambiarsi dischi o alla peggio intraprendere inutili discussioni tecniche su band semi-sconosciute. Tastebuds è infatti un social che si basa proprio su gusti e preferenze musicali, mettendo in relazione i profili utente e fornendo la possibilità di scovare il malato di mente che come te riesce ad ascoltare nella stessa giornata Leonard Cohen e Skrillex senza colpo ferire (per fare un esempio). Per chi non ha voglia di compilare l’ennesima registrazione, è utile sapere che Tastebuds si integra a Facebook, LastFm e Songkick, recuperandone le informazioni per la compilazione dell’identità. I filtri di ricerca sono ben strutturati, c’è la tracciabilità di chi visita il proprio profilo e infine una nota positiva per la grafica, che non confonde e aiuta l’usabilità. Da integrare invece, a mio avviso, la possibilità di ascolto condiviso di una o più tracce.
E’ una domenica sera decisamente fredda (climaticamente quanto meno) quella che ci porta il primo concerto italico (se si escludono esibizioni in qualità di opening act come era avvenuto per l’ultimo tour degli Editors) di una delle band che personalmente ritengo più interessanti del panorama indie-rock internazionale: i pure-british The Maccabees.
Il loro ultimo album “Given to the wild” è uscito il 9 gennaio e nel mio iPod è da allora in heavy rotation. 13 tracce molto diverse dai precedenti (e comunque convincenti) lavori della band. Il cantante e chitarrista della band Orlando Weeks ha affermato in una intervista pre-uscita che “Sarà un disco qualitativamente simile ad una colonna sonora”, e in effetti il sound generale si mostra subito come denso e soffuso, con un forte rimando ad atmosfere oniriche in pezzi come “Child” o la bellissima “Grew Up At Midnight”.
Nonostante questo mood di base, però, sono molti i brani che ospitano intermezzi strumentali sofisticati e potenti come l’ispirata “Unknown”.
La produzione è di tutto rispetto e vede lo zampino di Bruno Ellingham (Massive Attack e LCD Soundsystem); insomma un album che vale l’ascolto e l’acquisto, alla faccia di chi si limita a commentare “assomigliano ai Coldplay dei primi tempi” essenzialmente perché qua e là viene fatto uso del falsetto. A questi dico: “il falsetto non l’ha inventato Chris Martin e tanto meno i Coldplay hanno inventato il brit-sound“.
Venendo invece al loro live, beh, ok si è capito, io sono una fan, e i Maccabees live li ho visti 3 volte negli ultimi 2 anni e non hanno mai deluso: compatti, precisi e coinvolgenti. Il frontman non è un gran chiacchierone, ma le sua performance vocali bastano per rendere lo show interessante. Ci si emoziona sull’atmosfera intima e sognante creata durante Child e si salta e si poga sull’ormai classica “No kinds words” o sul primo singolo (e punto di contatto con la loro produzione precedente) “Pelican”.
Insomma, valeva la pena esserci.